La rivoluzione del luogo di lavoro: gli smart worker sono oltre 300mila

Lo spazio di lavoro “condiviso” è una delle tendenze emergenti degli ultimi anni, con le società specializzate nell’offerta di co-working che fanno buoni affari e puntano sulla ulteriore crescita del lavoro agile. Una modalità di inquadrare il rapporto di lavoro che sta riscontrando una diffusione crescente tra le aziende, che pian piano vendono crescere i progetti dedicati e incassano dai dipendenti coinvolti maggior soddisfazione e produttività. Tanto che – si stima – se la modalità agile fosse applicata in modo maturo all’intero sistema Paese si potrebbe avere un incremento di produttività superiore ai 13 miliardi di euro.

Il cambio di passo normativo è stato lanciato dal Jobs act degli autonomi che nel 2017 ha cristallizzato il concetto di lavoro “agile”, l’insieme di misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato. Inghilterra e Olanda sono i Paesi che per primi hanno codificato il fenomeno, ma anche Belgio e Francia – pur senza un dettaglio normativo paragonabile al nostro – sono stati tra i pionieri dello smart working. Una corposa ricerca che il Politecnico di Milano ha dedicato al tema ha censito un aumento degli smart worker del 14% nel corso del 2017, ma se si guarda un po’ più indietro il balzo è consistente: +60% rispetto al 2013. Oggi, otto lavoratori su cento nel campione sono “agili”: si stimano oltre 300mila lavoratori, con una parte – ancora piccola, il 17% – relativa alla Pa. La questione dimensionale è ancora rilevante: le grandi imprese sono più avanti delle piccole nel dare consistenza a questi progetti, anche se è un fenomeno ormai emergente a tutti i livelli.

Il documento del Dipartimento di Ingegneria gestionale rimarca come si caratterizzano gli smart worker. Hanno elevata mobilità rispetto ai luoghi di lavoro: trascorrono mediamente solo il 67% del tempo lavorativo in azienda, rispetto all’86% della media degli altri lavoratori. Alla flessibilità nell’organizzazione del lavoro corrisponde una maggiore soddisfazione: soltanto l’1% di loro si dice insoddisfatto nel complesso del proprio lavoro, contro il 17% dei lavoratori che non usufruiscono di queste forme di flessibilità.

Che sembrano estendere il loro influsso benefico anche al rapporto con colleghi e superiori, che sono mediamente giudicati più positivamente rispetto alle forme di organizzazione “standard”. Di pari passo va la preparazione delle professionalità, che nella maggior parte dei casi si riconoscono in possesso di quelle “digital soft skill” – capacità relazionali e comportamentali legate al digitale – che altrove latitano.

Come si accennava, il dividendo per le aziende è consistente: si stima un incremento di produttività per un lavoratore derivante dall’adozione di un modello “maturo” di Smart Working nell’ordine del 15%. Se si traduce il tutto in impatto a livello complessivo di sistema Paese, dice la ricerca del Politecnico, “considerando che sulla base della tipologia di attività che svolgono, i lavoratori che potrebbero fare Smart Working sono almeno 5 milioni, circa il 22% del totale degli occupati e che attualmente gli Smart Worker sono 305.000, l’effetto dell’incremento della produttività media del lavoro in Italia ipotizzando che la pervasività dello Smart Working possa arrivare al 70% dei lavoratori potenziali, si può stimare intorno ai 13,7 miliardi di euro”.

Mauro Mordini, Country Manager in Italia di Regus – colosso degli spazi condivisi – rimarca che “il fenomeno non è circoscritto al settore privato. Per quanto riguarda le grandi aziende, oltre la metà del campione (della ricerca del Politecnico, ndr) che ha partecipato alla rilevazione ha già o sta per lanciare iniziative più o meno strutturate di Smart Working. La tendenza è facilitata dalle nuove tecnologie che rendono più semplice il lavoro da remoto e noi facilitiamo questo processo, offrendo servizi sempre più moderni”. Anche sulla base di questi dati, e per intercettare questa domanda, Regus ha puntato sull’Italia con 20 nuove location, da aprire entro la fine dell’anno, per raggiungere un totale di 60 unità.

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